Il Venezuela che non cambia

Giovedì 10 Gennaio Nicolas Maduro, vincitore delle elezioni del 20 Maggio scorso, ha prestato giuramento a Caracas dando inizio al suo secondo mandato di Presidente del Venezuela. Da ora in avanti avrà sei anni per ripercorrere la strada già imboccata e commettere gli stessi errori compiuti dal 2013 ad oggi: non comprendere la portata della crisi sociale ed economica del suo paese e rispondere al malcontento generale con una politica autoritaria e repressiva. È l’inizio e la fine di una storia già nota che nessuna opposizione, tra le tante mostratesi, ha saputo riscrivere.  

Il contesto in cui si insedia Maduro è lo stesso di quello del primo mandato. Ed è proprio questa la rappresentazione più esaustiva di ciò che è oggi il Venezuela: un paese che non cambia. E che, anzi, amplifica i suoi problemi. Le difficoltà sono le stesse, ma più estese. C’è più fame, più paura, più insicurezza, meno lavoro, minore capacità economica, minore speranza. I supermercati sono vuoti, le persone non hanno sufficiente credito per comprare i beni di prima necessità. Non possono mangiare, non possono curarsi. E in molti scappano. La grave crisi economica in cui il paese più promettente dell’America Latina si è imbattuta ha origine nella politica perseguita da Honor Chavez, il precedente Presidente venezuelano, che ha basato i suoi interventi di assistenzialismo sulle entrare provenienti dall’esportazione del petrolio. Ma la gestione poco attenta del bene ha provocato un aumento dell’offerta, e quindi della produzione dell’oro nero, senza che ad essa conseguisse un aumento della domanda. Provocando, di fatti, un abbassamento del prezzo del bene che ha così impedito al Venezuela di arricchire le sue casse in modo proporzionale alle sue vendite. A questo si aggiungono i licenziamenti di importanti amministratori della PDVSA, l’azienda petrolifera statale, solo perché non sostenitori della politica presidenziale. Quando Maduro si è insediato ha dovuto far fronte a numerose difficoltà economiche, tutte gestite male: ha ridotto le importazioni che garantivano i beni di prima necessità per riuscire a pagare gli investitori stranieri, ha trasferito la gestione di alcuni pozzi petroliferi a Cina e Russia, ha stampato più moneta per aumentarne la circolazione provocando, come conseguenza diretta, l’inflazione. Quello che un tempo poteva essere una risorsa per il paese, l’esportazione del petrolio, è oggi un’economia non redditizia, impedita dal mancato investimento in altri giacimenti e dallo smantellamento, a poco a poco, dell’azienda pubblica che ne gestiva il flusso. Così il Venezuela si è impoverito. Soprattutto perché la formazione di una opposizione, sociale e politica, sembra quasi un orizzonte troppo lontano. Al punto che in molti scelgono, a malincuore, di lasciare il paese: un milione solo tra il 2015 e il 2017, un venezuelano su venti. 

Una crisi economica che in poco tempo si è trasformata in una disfatta sociale. Le risposte di Maduro, durante il suo primo mandato, sono state prevalentemente di accentramento dei poteri statuari. Attraverso delle leggi abilitanti ha potuto sostituirsi al Parlamento nel lavoro di stesura ed emanazione di atti e quando l’organo legislativo nel 2015 è diventato a maggioranza anti-chavista, è stato il Tribunale Supremo di Giustizia a rinnovargli la delega. La funzione giudiziaria è ad oggi esercitata da un organo che ha perso la sua indipendenza, mentre quello legislativo è continuamente de-valorizzato e minacciato dalla nascita nel 2017 di un’assemblea Costituente che potrebbe riscrivere le regole fondanti del paese senza l’appoggio di una maggioranza popolare. Nel 2017 una procuratrice, Luisa Ortega Diaz, ha provato nell’aula della Corte Suprema ad accusare il Presidente Maduro di sovvertire il sistema democratico e di violare l’ordine costituzionale. Ora si trova a Bogotà. Non ha potuto esercitare liberamente la sua opposizione. Ma ha continuato a farlo a distanza, denunciando dinanzi la Corte Penale Internazionale Maduro per avere assassinato, durante il primo mandato, ottomila persone e aver attuato torture e detenzioni arbitrarie.  

Caracas, Venezuela, 19 Aprile 2017. Manifestazione contro il Presidente Maduro.

Le elezioni di Maggio 2018 potevano essere un’occasione di riscatto per chi sogna ancora un Venezuela diverso, ma in poco tempo si sono trasformate in un mancato incontro dall’esito scontato. Al MUD, coalizione che raggruppa tutti i partiti politici dell’opposizione, è stato impedito di presentare una lista che potesse rappresentare un’alternativa. Non si sono potuti candidare e, così, l’unico a provare a contrastare Maduro è stato un ex chavista, Henri Falcon, che ha ottenuto 1,8 milioni di voti a fronte dei quasi 6 milioni dell’attuale Presidente. L’affluenza è stata minima: ha votato il 46% degli aventi diritto. In molti ne hanno denunciate l’irregolarità: si è votato infatti con la Carnet de la Patria, una specie di tessera con la quale si può ottenere un pacco alimentare, a patto che si voti per Maduro, e che impedisce ai cittadini di votare liberamente e soprattutto in segreto.  

Nonostante i continui tentativi presidenziali di bloccare l’opposizione, c’è ancora oggi chi prosegue lungo questa strada. È il Parlamento, nella sua figura istituzionale, e Juan Guaidò, in qualità di Presidente dell’organo legislativo, che continua a gridare la volontà inespressa di molti: organizzare elezioni libere e democratiche. E lo fa citando un articolo della Costituzione, il 350, che recita “Il popolo del Venezuela, fedele alla sua tradizione repubblicana, alla sua lotta per l’indipendenza, la pace e la libertà, disconoscerà qualunque regime, legislazione o autorità che siano contrari ai valori, principi e garanzie democratiche o intacchino i diritti umani”. 

Quello di oggi è un Venezuela che non cambia. Che si trascina i suoi problemi quotidianamente, che è difficile da salvare e da cui è più facile scappare. Ma forse la soluzione non è nel cambiamento, non è nella stesura di una nuova Costituzione, ma nel salvare quella che c’è già. Nell’attuare le garanzie che ci sono e che non sono state rispettate. Forse la soluzione sta proprio nel non cambiare e nell’invocare solo quello che è già legalmente riconosciuto e che l’art. 350 descrive bene.

Antonella Maiorino