-Ti amo come la pioggia.
-Ma tu odi la pioggia.
-Quando sei arrivata pioveva così forte, era una giornata terribile, avevo passato gli ultimi dieci minuti ad osservare il cielo, lo smog avvolgeva l’aria, la strozzava, e l’acqua piombava giù, incurante delle imprecazioni degli autisti e del traffico. Avevo dimenticato l’ombrello, era lunedì, il mio caffè era bruciato, ma sei arrivata tu e non mi è più importato. Del lunedì, della pioggia, del caffè terribile. Sei arrivata tu e la pioggia mi è parsa bella, non l’avevo mai pensato prima.
-Ti amo come le mie dita.
-Hai delle dita così ossute, nervose, frettolose- rise.
-Il tatto mi permette di sapere chi sei, di toccarti il viso, io non ti vedo, forse non potrò mai, ma le mie dita ti conoscono, esse ti vedono, sostituiscono i miei occhi velati di buio. Le mie dita mi permettono di proiettarti nella mia mente, mi permettono di darti un volto, di amare quello che sei. Io ti sento, sei vento e sole, ora sei tutte le cose più belle che io ricordi e riesca ad immaginare.
-Non soffrirne, tu vedi meglio di chiunque altro-. Le teneva le guance, le guardava gli occhi vitrei, squarci aperti su di un mondo nascosto, la fronte ampia, le gote rosse, la bocca umida. Che creatura innocente, di una bellezza che non guardi, che forse dimentichi, ma che ami prima di averne consapevolezza, perché è rarità, poesia tra lo scempio. Pensava a quando da bambino la sua gatta aveva partorito un micetto cieco e sua madre gli aveva detto che il Signore aveva tenuto i suoi occhi per custodirne la bellezza. Aveva odiato già da allora il potere che si arrogano le divinità, pronte a spadroneggiare sulla debolezza del creato solo perché sedute al di sopra di tutti. Lui quella debolezza la amava, la accarezzava, la teneva tra le braccia pronto a rasserenarla. Non si tratta di essere buoni o malvagi, è sempre stato troppo semplice dividere in due polarità opposte, in due rigide categorie. Si tratta di sapere amare la bellezza, essere in grado di salvarla, di cingerle i fianchi, di darle vita. E ora che Greta era lì, si sentiva completo, finalmente consapevole del suo posto nel mondo.
-A che pensi?
-Sei così bella.
-Che idiozia, mi sento forte non bella. La forza trasfigura l’aspetto. Sono come un fiore scialbo che il vento tenta di spezzare e che quando si ritrova, con sorpresa, ancora sul suo stelo ha perso ogni petalo.
-Greta, non importa ciò che è stato, siamo noi per quello che viviamo, per come affrontiamo la vita, per come tentiamo di non arrenderci alle combinazioni del caso. Non dubitare mai dell’esistenza dell’umanità tra la ferinità. La tua vita ti ha portato qui, e io ringrazio qualsiasi contingenza, perché semplicemente ci sei e non mi importa nient’altro.
-Io ringrazio te perché ero morta, ora finalmente vivo-. Le sorrise, come si sorride ad un bambino che ti saluta, e fu come se lo avesse fatto per la prima volta.

Miriam Barbone

4 Replies to “Greta”

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