Genocidio armeno: il grande crimine che la Turchia nega

L’atteggiamento di negazione è ormai quasi connotativo della Turchia: oltre ad edulcorare la svolta autoritaria di Erdogan, ad aver dato una stretta alle libertà democratiche e ad aver insabbiato subito ciò che riguarda il golpe avvenuto lo scorso anno, c’è un fatto che nega ostinatamente da ben 102 anni per non infangare la memoria del passato e pagare per la propria colpa: il genocidio armeno, di cui oggi ricorre appunto il 102° anniversario (la data è collegata all’arresto della élite armena di Istanbul), il primo del ventesimo secolo così come ricordato da papa Francesco due anni fa suscitando le ire turche. Esso rappresenta il culmine dell’intolleranza plurisecolare ottomana verso le altre etnie dei territori conquistati raggiunto dopo una disfatta militare durante il primo conflitto mondiale e conta circa 1,5 milioni di vittime non solo armene ma anche greche ed assire; sotto la falsa copertura di una deportazione di sicurezza lontano dai teatri di guerra, migliaia di persone marciano fino alla morte verso il deserto siriano di Deir-ez-Zor o vengono trucidate in raid contro villaggi e città nei modi più disparati.

Diversi stati nel mondo ne hanno riconosciuto la veridicità anche sulla base del nutrito archivio di testimonianze di vario tipo, inclusa l’Italia, ma la strada da fare è ancora lunga e resa più difficile nei paesi che intrattengono rapporti più stretti con la Turchia proprio a causa delle pressioni negazioniste (per esempio negli USA, che pure ospitano grandi comunità di armeni della diaspora). Queste spinte si manifestano persino nel cinema e hanno impedito a diversi film sul tema di avere adeguata distribuzione e diffusione, ma vi sono due casi che mostrano il loro chiaro fallimento: il thriller “1915” del 2015 e il drammatico “The promise” del 2016 ma uscito nelle sale statunitensi e canadesi lo scorso 21 aprile, primi ad essere più “chiacchierati” e ad avere maggior feedback rispetto ai precedenti. Il tema sopravvive anche nella letteratura con sporadici casi e in musica con chiari esempi quali la band metal System Of A Down e la cantante sperimentale Diamanda Galás, dando così uno schiaffo al negazionismo.

Quando si parla della Shoah e di altri eccidi famosi subito si spera che di questi fatti se ne parli per non dimenticare e per non ripetere, eppure alcuni eventi simili sono regolarmente dimenticati, per negligenza più o meno intenzionale, e questa pagina triste della storia armena rimane sconosciuta ai più; l’auspicio è dunque chiaro, si spera in un progressivo riconoscimento delle sofferenze senza se e senza ma, scevro da giochi politici e di convenienza. Non si tratta di lanciarsi in una gara in cui si dividono le persone in santi e demoni, sì tratta di tenere a mente la dignità umana che in questa circostanza ricorda l’ennesima offesa che le è stata arrecata.

Serena Belletto

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