Apre gli occhi, un altro incubo di quelli che ti annientano il sonno. Silenzio, di quelli che ronzano nelle orecchie e che hanno il rumore indistinto del vociare di una folla matta. Il caldo stringe come una morsa le pareti della stanza e lei cerca sollievo tenendo i capelli sollevati con le mani. La curva del collo nella semioscurità è nuda e vibrante come la corda di un violino. Accende la lampada. Vacilla, urtata dal suo braccio impacciato ancora sconvolto dal sonno sottratto. Osserva l’orologio fermo riflettere la luce nell’angolo in argento. Si porta le mani al volto scomposto, roseo e accartocciato come un fiore calpestato dai passanti.

Che suggestione il tempo, potrebbe essere notte fonda o mattino presto, potrebbe essere l’alba dei suoi trenta anni o forse venti, a chi importa in fondo sapere che ora sia, gli anni si possono dissimulare, si sente bambina terrificata, soffocata dalla notte. Il caldo si appiccica addosso come gelato sciolto sulle dita. Apre gli occhi, umidi di caldo, appesantiti dall’oblio temporaneo, la luce è fioca e le ombre appaiono spaventose, si rincorrono lungo il muro come anime silenti, vengono fuori dai quadri, dalle imposte, dalla strada. Una macchina, il rombo di una moto, il suono del campanello di una bici. Che ora è? L’orologio è fermo e lei è sola, scalza sul suo letto vuoto. Sul tavolo una porzione singola di spaghetti preconfezionati, una singola bottiglia di vino, una singola confezione di pasticcini dietetici. Una vita per uno.

Un’altra auto, stavolta si ferma, voci ubriache di adolescenti rimbombano come venute fuori dai tombini. Saranno le cinque del mattino, gli uccelli si svegliano e planano in cielo come aquiloni di carta, lievi. Aveva sempre sognato di librarsi, di vivere nell’incoscienza della natura che nasce per adempiere al proprio ruolo e vi assolve fin quando non si polverizza scontrandosi con il tempo, collassando lungo le strade del mondo. Che freddo adesso a pensarci, che freddo che fa questa solitudine. Sta albeggiando, saranno le cinque e trenta, maledetti uccelli, che avrete mai da cantare? Non sentite dolore? Certo che no, voi ve ne state lì nei vostri nidi, acquattati, nessuno vi chiede il conto. Nessuno vi chiede quanti esami vi manchino, che progetti abbiate per il futuro, quando intendiate sposarvi e magari mettere al mondo dei figli o forse aprire un negozio di profumi all’angolo marcio di una strada, dove i barboni si stendono a sera e vi raccontano storie di profezie apocalittiche.

E’ giorno, la luce trapela dalle imposte, tenta di valicarle per espandersi nella stanza, un piccolo ambiente blu. Quando lui c’era avevano tinteggiato le pareti insieme, diceva che il blu fosse un colore rilassante. Blu balena, profondo come gli abissi del mare, da sognarci, da sentirsi trasportati sul filo dell’acqua. Riemerge dai ricordi ed è pieno giorno. Il panettiere sta alzando la serranda con le sue mani di pane e un vecchio passeggia, chissà di che colore sono i suoi occhi dietro le lenti spesse. Ha il viso grinzoso di una vecchia tartaruga ma l’aria bonaria di chi accetta con serenità l’avvenire, di chi vive il giorno. Eppure tutto questo non le importa, il suo dolore stride come ghiaccio tra i denti, che stia fuori la luce, che stia fuori il mondo. Si gira sul fianco fresco del letto. Questo è caldo freddo -pensò-, caldo da insonnia, da incubi, da assenze. E questa vita in perenne fluire, un grosso pendolo che tuona i suoi rintocchi, ti avvampa e come un fuoco nutrito d’ossigeno si innalza, ma poi la verità vi soffia vento di ghiaccio e tutto tace.

Occhi chiusi, sonno.

Miriam Barbone

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