A forza di includere

inclusione

«A forza di rassicurare, ci arriva una bastonata il giorno delle elezioni…». Nell’abitacolo della propria auto, desiderando litigare con qualcuno, Nanni Moretti riferisce lo scoramento per le elezioni del 1994 che si concluderanno con la prima vittoria di Silvio Berlusconi. È un frammento di Aprile, da cui pure è mutuato un sempreverde riferimento per l’economia morettiana: l’invocazione a D’Alema cui elemosinare di qualcosa-di-sinistra. Similmente si potrebbe asserire, ma sussurrandolo come un annientamento della riappropriazione democratica, che a furia di includere pure i cittadini italiani cui tra un mese saranno concesse elezioni a suffragio universale subiranno medesima bastonata. inclusione

Risuona l’interrogativo di Romolo Catenacci (Aldo Fabrizi) in C’eravamo tanto amati di Ettore Scola ai danni – morali – di Gianni Perego (Vittorio Gassman), già membro della Resistenza e avvocato integerrimo: Sei democratico? Dico: sei democratico? E allora me devi fa’ parlà, fijo! Il busto di Mussolini rifulge su una mensola: è la controversia della pace. Si ridiscende allora al ventennio appena trascorso, quando costretti al silenzio si ambiva a una manciata di voci perché fosse abbandonato il mormorio. Restituire la pace è concedere la parola, battere col martelletto sul ginocchio d’un Leviatano e sostituire al lamento di Michelangelo Perché non parli!  l’esortazione E adesso parla!

Si fa presto a dire parlare; non basterebbero le lezioni di Ferdinand de Saussure, i Seminari di Jacques Lacan, i distinguo di Protero, le analisi di Noam Chomsky. Parlare, per quanto lo si faccia con estrema immediatezza, è disciplina complessa, soprattutto su territorio politico. Il talk show Rai presentato dal conduttore redivivo che a mo’ di figliol prodigo è rincasato dai palinsesti privati a patto di lasciar fioccare dalle ferite del vitello grasso alcune migliaia di euro a ingrossargli il contratto, indica con la seconda falange della mano il candidato della Lega.

Costui è solo, camicia bianca e barba incolta da bue lindo per la cerimonia; chiacchiera, espone con dovizia un progetto antieuropeista. Si potrebbe costringerlo al contraddittorio; macché, peggio. Sarebbe il tafferuglio linguistico, la baruffa; lo studio televisivo trasfigurerebbe in arena. Le parole si può plagiarle, adornarle di timbriche e colori, agghindarle d’ironia o di ferocia: è una dissimulazione continua. Solo, il bue intesse il programma elettorale; dialogando reitererebbe il conflitto per l’esistenza, la legge della giungla. Gli uomini, invece che azzannarsi cospirano tecniche di sopraffazione linguistica.

Soffocato il moloch del regime, c’è bisogno d’un nuovo avversario perché i fascisti di prima possano, nel proprio piccolo, mutare in partigiani. È necessario vincere il politicamente corretto. A ogni epoca il proprio despota. Nulla che sia escluso, dalla struttura del linguaggio; nessuna dichiarazione che desti scandalo. Un leghista asserisce forse lo splendore d’una razza bianca da cui sarebbe stato generato, in tutto il suo mediocre vigore, il popolaccio italiano? Tiepidi condanne. Un imprenditore il cui impero è costruito attraverso l’economia della criminalità organizzata rassicura i vertici europei circa la vittoria sicura della coalizione il cui simbolo è tiranneggiato dal suo cognome? Lo si intervisti pure, sia mai si disattenda la par condicio. Qualcuno lesina strette di mano sostituendole con un più agile saluto romano? Suvvia, avrà le sue ragioni. Bisognerebbe, alla Ragione, sostituire il Torto; al Cogito cartesiano, la mediocre contingenza dell’aspirazione governativa. Il sonno dell’inclusione genera mostri. 

Antonio Iannone