Elogio del fuori-corso

Sono stato un fuori-corso: mi sono laureato con un anno di ritardo. Perché? Perché facevo politica, Sessantotto e occupazioni compresi, perché condividevo le attività di una comunità di studenti dalla vita molto intensa, perché dirigevo un giornalino, perché approfondivo le materie più amate più del dovuto, e infine (e perché no?) perché tenevo al mio tempo libero, agli svaghi, agli amori, alle amicizie, e a quelle letture eccentriche e disparate, estranee ai programmi universitari, alle quali devo la mia più autentica formazione.

Sono stato un fuori-corso e continuo a ritenermi tale a vita, perché pretendo di gestire il mio tempo, i miei interessi, le mie occupazioni senza subire imposizioni e perentorie scadenze, senza prestare ascolto alle malefiche sirene della “produttività”.

Ma a quelle sirene l’università italiana ha ceduto, a costo di inabissarsi come stava per capitare agli incauti marinai di Ulisse. E in nome di una produttività grettamente aziendale, ha deciso di dar battaglia ai fuori-corso, di sbarazzarsene in qualunque maniera. Già, perché per ricevere adeguati finanziamenti gli atenei devono dimostrarsi privi di quella ingombrante zavorra, devono promuovere a più non posso per laureare tutti nei tempi previsti, devono coltivare studenti-ingranaggio puntuali e consenzienti, privi d’altri interessi, docili e sbrigativi clienti, accorti collezionisti di crediti.

E infatti ora mi si chiede di approntare “programmi minimi” per i fuori-corso, da liquidare con voti anch’essi minimi, da 18 a 20. Minimi? Dante sì e Petrarca no? La rivoluzione francese sì e il risorgimento no? O, per altre facoltà: il cuore sì e i polmoni no? metà del codice penale sì e l’altra no? E oltre a sfornare asini, che diremo a chi ha studiato e studia, invece, su programmi corposi ed esaustivi?

Io li conosco, i miei studenti fuori-corso. Sono impegnati nell’associazionismo, hanno preso sul serio la vita e la vivono come un impegno esigente, laborioso, altruista, oppure prendono fin troppo sul serio gli studi, si dedicano a un esame o alla tesi come fosse (ed è bene che lo sia) un decisivo rito di iniziazione e l’agognato accesso al tempio del sapere; non, come per altri, una pratica burocratica da sbrigare al più presto. Oppure lavorano per permettersi gli studi: e questa meritoria fatica va premiata con agevolazioni su date e orari d’esami, facilitazioni burocratiche e quant’altro, non certo umiliandoli col ritenerli una sottospecie da eliminare.

Oppure… oppure avranno altri motivi, i più tristi o i più gioiosi, sui quali non tocca a me, né all’università, sindacare.

Antonio Di Grado,
Professore di Letteratura italiana al Disum
dell’Università di Catania

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