Confessioni di un’europeista

Europa: per molti un continente da chiamare casa, per altri una figura di dubbia natura, quasi mitologica. Per chi non si sforza di indagare oltre l’informazione libera nazionale, la sua nascita aleggiava nell’aria all’incirca 100 anni fa. Tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, l’ideale europeo di unione e solidarietà, scambio libero e crescita economica andava facendosi strada tra i giovani tramortiti popoli d’Europa. Fu il libro “Paneuropa”, scritto dal filosofo politico Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi nel 1922, ad auspicare per la prima volta ad una unione europea a guida tecnocratica. Successivamente, “Per un’Europa Libera e Unita” (conosciuto anche come “Manifesto di Ventotène”) scritto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel 1941 si prefigurava la necessità di istituire una federazione europea dotata di un parlamento e di un governo democratico con poteri reali sia nel settore economico che di politica estera. Considerato oggi uno dei testi fondanti dell’Unione Europea, il Manifesto di Ventotène rappresenta una perfetta chiave di lettura per questa giovane Europa che tra un mese rieleggerà i suoi rappresentanti. Sembra ironico come un grido esteso a gran voce dall’isola di Ventotène sia divenuto un fievole eco di un’ Europa sempre più distante dall’interesse nazionale.

Il popolo italiano non ha mai brillato per coerenza in molte pagine di storia, questo è certo, eppure l’unità europea nacque proprio per garantire ciò che il nazionalismo aveva privato ai propri cittadini: pace e sviluppo. Dal Trattato di Maastricht di 27 anni fa, molte sono state le problematiche affrontate dall’Unione Europea. Questo giovane, ma non il meno giovane, continente è nuovamente chiamato ad una presa di coscienza e messa in discussione dei suoi tre pilastri fondanti. Ebbene sì, siamo testimoni di tempi dove tutto deve essere ridiscusso, come è giusto che sia, come anche la nostra presa di posizione verso questa Europa che sempre si è dimostrata propositiva nei nostri confronti. Chi, nato tra gli anni 80 e 90, non ha dovuto fare i conti con “il cambiamento” (la moneta unica, la libera circolazione, il roaming, l’Erasmus) non può confrontare le proprie esperienze pregresse con le opportunità future. Questo, agli occhi di molti, ci rende sordi e ciechi alle vere problematiche, incapaci di sviscerare i problemi reali, abbagliati da un benessere apparente. Lasciatevelo dire, la nostra generazione ha fatto da apripista ad innumerevoli passi avanti nella tutela dei diritti umani, cooperazione e sviluppo sociale. Questo è stato capace grazie alla rimozione degli ostacoli di partenza, per garantire equità ed evitare un imbarbarimento culturale, per non essere più vittime di noi stessi.

L’Europa è tutela e l’Italia lo sa, eppure non è capace di ascoltarla e comprenderla. Come una bimba capricciosa, sbuffa e si indispettisce alle prime ramanzine della sua giovane madre. Nonostante sia al 2° posto, dopo la Polonia, a ricevere sovvenzionamenti, non è in grado di sfruttarli. Fondi che aumenteranno del 6% (pari a 2,3 miliardi di euro) perché i parametri di riferimento per la distribuzione fondi terrà in considerazione fattori come la disoccupazione giovanile, i bassi livelli istruttivi, il cambiamento climatico, l’accoglienza e l’integrazione degli immigrati e non più solo il prodotto interno lordo pro capite. Tuttavia, c’è chi riesce a traghettare la sfiducia nello stato, incapace di avviare una politica giovanile concreta, verso una sfiducia nell’Europa. Il riferimento va ai populisti e sovranisti che, giocandosi di malumori e cavalcando contrapposizioni, muovono critiche sterili senza produrre idee e/o soluzioni. Viviamo in tempi in cui non ci è più concesso navigare a vista, abbiamo bisogno di dati, certezze e tutela e la nostra generazione lo sa! Viviamo in zone soggette a spopolamento, scarsamente collegate con scarno sviluppo e zero prospettive che alimentano stati d’animo di frustrazione, solitudine ed alienante abbandono. Malgrado ciò, sono fiduciosa che quando saremo chiamati alle urne, seguiremo il buonsenso. Lo faremo per le prossime generazioni, per garantirgli  una carriera accademica presso un ateneo europeo senza dover incorrere in burocrazie trasnazionali. Lo faremo per ri-assicurare lo stesso benessere e stabilità che ci hanno assicurato i nostri padri. Lo faremo perché abbiamo conosciuto il meglio e non vorremmo mai augurarci il peggio.

Sonia Della Sala

Articolo tratto dal bollettino informativo “Interferenze”.