Colombia: l’intervista al Professor Graziano Palamara

Colombia: l’intervista al Professor Graziano Palamara

Graziano Palamara è docente di “Storia delle Istituzioni Politiche”, “Storia delle Dottrine Politiche”, “Storia Contemporanea delle Relazioni Internazionali” presso il Dipartimento di Scienze Politiche e della Comunicazione dell’Università degli studi di Salerno, ha vissuto e insegnato in Colombia per dieci anni. Lo abbiamo intervistato per affrontare con lui le ragioni che hanno spinto il popolo colombiano a protestare e le istanze che si intendono promuovere. 

Gli scontri e le proteste organizzati recentemente in Colombia non sono le uniche manifestazioni che hanno coinvolto il paese. Nel 2019 sono avvenute diverse mobilitazioni per la riforma delle leggi sul lavoro e sulle pensioni, la corruzione nel governo e il fallimento dell’accordo di pace con le FARC. Il presidente colombiano Iván Duque coinvolse anche le forze dell’esercito per contrastare le proteste. Lei ha insegnato e vissuto in Colombia per dieci anni ed è tornato in Italia riprendendo il ruolo di docente all’unisa nel settembre 2020. In quel periodo, avrà avuto sicuramente modo di assistere e confrontarsi con numerosi studenti e studentesse in merito a queste azioni antigovernative. Cosa ricorda di quel periodo? Com’era il clima tra le aule universitarie e nel paese?
Il clima era già forte. Possiamo dire che ci fosse una polarizzazione ideologica e politica. Quella in Colombia non era l’unica manifestazione di protesta perché più o meno contemporaneamente anche in Bolivia, Cile, Ecuador le piazze stavano tornando a farsi sentire. Lo si faceva essenzialmente perché l’economia latino-americana iniziava a dare segnali di rallentamento. La Colombia ancora si salvava sotto certi aspetti, era riuscita nel 2019 a chiudere in crescita dal punto di vista del PIL, però in un contesto che stava già dando segnali di sofferenza. Quelle prime proteste erano orientate a criticare le misure politiche ed economiche adottate dal governo Duque, l’attuale governo in carica, che all’epoca aveva lo stesso ministro dell’economia Carasquilla che c’è adesso e che a seguito delle proteste attuali si è dimesso. L’elemento di novità in quella protesta, che è strettamente collegata alla protesta attuale, è la nascita del Comitato Nazionale (Comité Nacional del Paro) formato da una pluralità enorme di sigle. Sono circa 70 gruppi tra sindacati, collettivi urbani, rurali e movimenti che avanzano una quantità di rivendicazioni tutte a loro modo legittime, ma anche difficili sostanzialmente da mettere insieme. La grande novità l’abbiamo avuta proprio in Colombia nel 2019 con la nascita di questo Comitato che si organizza e fa sentire la voce della protesta. All’epoca nel 2019 erano delle proteste prevalentemente concentrate nelle maggiori città e, soprattutto, sono stati giorni di sciopero non continuativi come invece accade ora, dove si va avanti dal 28 di Aprile. E lì, vuoi un’economia in difficoltà ma tutto sommato ancora in crescita, vuoi la capacità del governo di gestire meglio la situazione perché all’epoca fu sufficiente che Duque annunciasse l’apertura di un tavolo delle trattative e tutto sommato la situazione rientrò o, comunque, non degenerò. Si portò avanti fino a febbraio/marzo del 2020 tra mobilitazioni non così ampie e poi il sopraggiungere della pandemia ha contribuito a spegnere quella prima ondata. Però lì, già dal novembre del 2019, questo grande elemento di novità, appunto la nascita di questo Comité Nacional del Paro (comitato nazionale dello sciopero), e questa serie di proteste che ufficialmente sorge sulla base di ragioni politiche ed economiche, ma dietro le quali c’è in realtà una pluralità di vecchi elementi di malcontento di un paese che era già una bomba ad orologeria. 

Le proteste contro Ivan Duque sono spesso condotte da protestanti estremamente giovani, e lo sono anche le vittime registrate durante le scorse settimane durante lo sciopero nazionale autoproclamato. Anche la comunità accademica, e in particolare la classe studentesca colombiana, è partecipe a questa lotta? In che modo sono attivi i movimenti studenteschi nelle rivolte e, in generale, nel dibattito politico del paese? 

Qui vanno fatte delle precisazioni. Gli studenti sono assolutamente tra i protagonisti delle proteste, lo sono stati nel 2019, al di là dei sindacati che hanno organizzato tutto, ma i sindacati in Colombia rappresentano davvero una percentuale piccolissima di lavoratori, stando ad alcune fonti arrivano a rappresentare appena il 4% dei lavoratori colombiani, per altro è un paese dove l’informalità è enorme. Quindi i veri protagonisti sono gli studenti, e lo sono per un’enorme quantità di ragioni. Uno perché chiedono, invocano miglioramenti nel settore dell’istruzione, e questo tipo di richieste erano state avanzate già con l’ex Presidente Santos, che a livello nazionale è molto più famoso di Duque perché è quello che era riuscito a sottoscrive l’accordo di pace con le FARC. Però già all’epoca c’erano state delle tensioni perché gli studenti chiedevano maggiori fondi, investimenti per l’istruzione pubblica e infatti quelli che protestano più a gran voce sono soprattutto gli studenti delle università pubbliche, in modo particolare quelli dell’Universidad Nacional di Bogotá,  una delle eccellenze accademiche in America Latina. È un’ottima università, ed è molto politicizzata ed effettivamente gli studenti sono in primo piano. Però, quando si parla di studenti che guidano la protesta dobbiamo non limitarci soltanto all’ambito universitario, dobbiamo pensare che questi studenti sono ragazzi nati in un paese che è sempre stato in guerra. Parliamo di una generazione di ragazzi nata e cresciuta -non solo la loro, ma anche quella precedente-, in un paese in guerra, perché la Colombia da oltre mezzo secolo ha questo enorme problema del conflitto interno. Per la prima volta nel 2016 si è effettivamente arrivati alla firma di un accordo di pace con le FARC. Un accordo a cui, l’attuale governo Duque ha messo e sta mettendo i bastoni tra le ruote in tutti i modi nel tentativo di delegittimarlo, e quindi non c’è soltanto la protesta di studenti che rivendicano miglioramenti nell’istruzione pubblica, c’è anche la protesta da parte di una comunità studentesca che vuole effettivamente voltare pagina, vuole che si implementi l’accordo di pace per arrivare ad una Colombia finalmente pacificata, cioè anche una Colombia capace di destinare risorse – che al momento si riservano alle forze armate contro le guerriglie ed i gruppi paramilitari – ad ambiti come l’istruzione, la sanità. L’implementazione dell’accordo di pace viene invocato ed è uno dei temi delle proteste da parte degli studenti anche per ragioni, potremmo dire, non solo sociali e culturali, ma anche direttamente economiche, perché dà la possibilità di destinare risorse altrimenti date al settore militare ed utilizzarle per un miglioramento della situazione sociale. 

Il fatto che molti cittadini colombiani abbiano voluto protestare nei paesi residenti (come è accaduto anche all’Unisa) dimostra quanto siano profonde le ferite del paese colombiano. In che modo il popolo può cercare di risollevarsi?
Questa è un’altra novità delle giornate di proteste che la Colombia sta conoscendo. Questa mobilitazione dei colombiani all’estero è un’altra prova di un popolo che vuole necessariamente voltare pagina. La Colombia tradizionalmente è un paese molto chiuso, che si è proiettato sempre poco a livello internazionale e che soffre di tanti cliché. Anche a causa delle serie televisive che ci propinano, viene quasi spontaneo quando si pensa ad un colombiano pensare ad un guerrigliere, narcoterrorista ecc. Invece, in questi ultimi anni si è respirato il desiderio di riscatto dei colombiani di presentarsi a livello internazionale in un modo differente. E queste proteste – dal Nord America all’Europa, all’Asia- a cui i colombiani presenti all’estero hanno dato vita, inscenate per far sentire la loro voce, vanno lette proprio in quest’ottica. La presenza di un popolo che vuole presentarsi sulla scena internazionale effettivamente in modo distinto. Poi le proteste le hanno inscenate e, soprattutto, in risposta a quella ondata violenta che la polizia sta inscenando ed il modo in cui stanno rispondendo nel reprimere appunto le proteste sociali. È complicato immaginare come possano uscire da questa situazione, è difficile fornire una ricetta. Perché le principali risposte dovrebbe darle la politica in questo momento in Colombia, però purtroppo c’è un governo, e dico purtroppo non per il governo in sé, ma perché il Presidente al momento non ha un minimo di credibilità. Il capitale politico di Duque è davvero pari a zero. Ed avere un capitale politico pari a zero significa non riuscire – e infatti non lo sta facendo – a gestire nemmeno una trattativa, un negoziato con le altre parti politiche e sociali. Non riesce a gestire una trattativa con le parti sociali perché – come dicevo prima – il comitato è formato da una pluralità di sigle, quindi creare un accordo su una pluralità enorme di temi, attori, di per sé è complicato per ogni governo e, a maggior ragione, per un soggetto che non ha un grande capitale politico. Il dialogo con gli altri partiti politici si è rivelato e si sta rivelando problematico perché da qui ad un anno la Colombia andrà al voto. Ci sono le elezioni presidenziali e, giustamente, nessun partito vuole esporsi più di tanto, perché nel momento in cui dovesse farlo teme di farsi un sostanziale autogol e, quindi, non apparire credibile al momento del voto. Sono partiti che stanno effettivamente parlando con il Presidente indirettamente o direttamente, ma stanno anche cercando di speculare su quanto sta accadendo per guadagnare visibilità nei confronti della popolazione. In modo particolare lo sta facendo, e i sondaggi lo stanno premiando, il socialista Pedro, un ex guerrigliere, già sindaco di Bogotá. Non ha messo nemmeno piede in nessuna marcia, manifestazione, però si presenta come il “padrino” delle proteste, in modo particolare tra i giovani, specula su questa ondata massiccia e, secondo i sondaggi, dovrebbe essere il candidato presidenziale che dovrebbe spuntarla nel 2022. Vedremo effettivamente se sarà così.

Anche chi lavora per il sistema sanitario partecipa alle proteste, portando in piazza il proprio dissenso per la possibilità che la sanità colombiana sia ancora meno abbordabile a causa di un’eccessiva privatizzazione. Secondo la sua esperienza quanto era accessibile il sistema sanitario colombiano? E quanto la pandemia ha esacerbato la mancata erogazione di cure per la popolazione più indigente? Come ha vissuto l’emergenza sanitaria in Colombia?
In un paese come la Colombia se hai i soldi ti curi, se hai un’assicurazione privata ti curi e la sanità privata funziona anche bene (e ci mancherebbe) altrimenti è veramente complicato. A livello pubblico purtroppo la situazione è drammatica e la pandemia ha contribuito ad esasperare questa situazione. La Colombia è al momento il terzo paese dell’America Latina più colpito dalla pandemia, sia per quanto riguarda il numero dei decessi e sia per quello dei contagi. Quindi ha inciso enormemente e tra quelli che protestano, come giustamente si è sottolineato, c’è anche il personale sanitario. Lamentano carenze, tagli ulteriori, mancati appoggi e si lamenta anche la mancata implementazione di un vero e proprio piano vaccinale. Si è mossa con ritardo la Colombia, all’inizio in modo tragicomico ha anche deriso la capacità dei russi e dei cinesi di arrivare a produrre un vaccino perché si pensava che – e la Colombia lo ha fatto apertamente all’inizio della pandemia – si dovesse puntare tutto sull’aiuto degli Stati Uniti. Quindi, mentre altre cancellerie dell’area tipo il Cile si sono mosse per tempo e hanno preso contatti e sono riusciti a far arrivare il vaccino della Russia e della Cina, la Colombia si è mossa dopo, male, in ritardo e tutti questi sono elementi che poi pesano nel momento in cui si scende in piazza. Tra le richieste, appunto, c’è anche la condanna di come è stata gestita la pandemia, e questa tematica ha a che fare con le proteste, anche perché la Colombia è tra i  primi paesi al mondo ad aver dichiarato un lockdown che continua al momento. Si trovano all’apice della terza ondata ed è uno dei paesi con il lockdown più lunghi del mondo e, naturalmente, ciò ha inciso a livello economico e contribuito ad esasperare la situazione, tanto è vero che nel 2020 la Colombia ha avuto una recessione, un rallentamento dell’economia spaventoso, c’è stato un calo del PIL, secondo gli esperti, quasi del 7%-6,8%, che è tantissimo. Guardando poi agli indicatori economici, la Colombia è tornata indietro di oltre 10 anni. Gli ultimi dati che sono stati forniti parlano di una percentuale della povertà spaventosa, quasi il 43% della popolazione vive in condizioni di povertà. Quindi, il tema sanitario si ricollega direttamente anche alla gestione economica della pandemia.

La Colombia ha proposto lo scorso anno una legge per la legalizzazione della cocaina che ha per tanto tempo costituito un’economia illegale. Quali ripercussioni ha avuto sulla società colombiana il business della cocaina e la presenza dei narcotrafficanti?
Il problema della droga in Colombia è un problema politico, economico, sociale, culturale, internazionale, di sicurezza, di proiezione dei rapporti regionali. È un problema enorme, molto vasto, la Colombia continua ad adottare delle politiche di contrasto alla droga e sostanzialmente si adatta alle direttrici statunitensi. Basti pensare che l’unica strategia, ripresa proprio da Duque per sradicare le colture della coca, è stata quella di utilizzare, tramite voli, un insetticida chimico (il glifosato), ma in realtà non ha dato grandi risultati perché il terreno utilizzato per la coltivazione della coca continua a crescere. Il narcotraffico incide in tutto e per tutto, la Colombia è l’unico paese in America Latina che da dopo la crisi degli anni ‘20 (la Grande Depressione) non ha conosciuto default, non è mai andata in bancarotta. Non l’ha fatto soprattutto dagli anni ‘80 in poi perché gode di queste enormi infiltrazioni del denaro del narcotraffico che, seppur in modo illegale, hanno tenuto a galla in molti casi l’economia colombiana. Questo è un problema straordinariamente complesso perché intorno al problema del narcotraffico  ne ruotano tanti altri. Per esempio, una delle grandi problematiche che oggi impediscono di voltare pagina dopo la firma degli accordi di pace è legato proprio al fatto che molti dei territori lasciati vuoti dalle FARC, dalla guerriglia, anziché essere occupati dallo Stato e riportarti alla legalità, sono stati sostanzialmente occupati da gruppi di narcotrafficanti, paramilitari che si sono inseriti in questi grandi spazi vuoti lasciati dalle FARC e da lì continuano a prosperare, fare fortuna attraverso il mercato illegale della droga. Quello della legalizzazione sarebbe probabilmente una ricetta, un segnale significativo ma, al di là di alcune idee e di proposte di legge da alcuni segmenti della politica colombiana, onestamente la vedo difficile. La Colombia dagli anni ‘70 in poi è un paese fortemente proibizionista e credo che continuerà a muoversi su questa strada a meno che le elezioni del 2022 non ci diano una sorpresa e arrivi per la prima volta un rappresentante dell’estrema sinistra a fare da Presidente in Colombia, e se il parlamento lo appoggia, potremmo avere una svolta anche per quanto riguarda l’approccio nei confronti della droga e la lotta al narcotraffico. Al momento, lo vedo davvero un traguardo lontanissimo da raggiungere, con il narcotraffico che continua sostanzialmente a infiltrare l’economia e a determinare il perpetuarsi dello scenario della violenza, perché lo stesso fenomeno politico della violenza è interamente legato alla vicenda del narcotraffico e all’occupazione di interi dipartimenti, pezzi di regioni colombiani da parte di narcotrafficanti e degli eserciti privati che questi hanno, anche lì si nota sostanzialmente la debolezza dello Stato. 

Alle manifestazioni si sono aggiunti gli indigeni di etnia nasa, misak, yanakona, kokonuko con lo scopo di denunciare i soprusi perpetrati sulle montagne andine dai narcotrafficanti, dalle guerriglie tra i dissidenti dalle multinazionali nel settore minerario. Per quale motivo il governo colombiano non prende le difese di questi popoli? Quali sono i suoi interessi? (del governo colombiano)
Gli indigeni sono parte della protesta, la stanno alimentando con l’insieme dello sforzo collettivo, stanno cercando di portare avanti il fenomeno della hinga indigena. Un insieme di richieste, mobilitazioni, soprattutto nella regione della Valle del Cauca, che è caratterizzata da un presenza forte delle comunità indigene. Lo stato non ne prende le difese perché fino all’altro ieri, cioè fino alla costituzione colombiana del 1991, gli indigeni non godevano nemmeno del diritto di cittadinanza in un paese come la Colombia. Sono sempre stati marginalizzati e si continua a farlo e vengono lasciati in balia di gruppi illegali sia narcotrafficanti, ma anche quei gruppi che si dedicano all’estrazione illegale dei minerali. Sono degli attori scomodi perché c’è l’ambizione ad occupare i territori degli indigeni per continuare ad alimentare le forme illegali dell’economia. Quello che ha fatto male, ma nel vero senso della parola, in queste ultime proteste è vedere in alcune città, in alcune aree, alcuni territori del dipartimento della Valle del Cauca, la stessa popolazione scagliarsi contro gli indigeni e le rivendicazioni della popolazione indigena. La quantità di queste comunità, al di là di quelle già citate, è enorme. Sono circa 100 gruppi indigeni, non sempre ben collegati e ben coordinati tra di loro anche all’intero delle rivendicazioni. Il perché lo Stato non li appoggi è da attribuire al fatto che per secoli, sostanzialmente, da dopo l’Indipendenza alla Costituzione del ‘91 non hanno nemmeno goduto del diritto di cittadinanza. Non sono stati mai effettivamente ammessi a canali di partecipazione politica per renderli poi partecipi dei processi di determinazione della politica nazionale. Stanno rivendicando spazio, da soli, all’interno di grandi movimenti sociali ma continuano a subire da un lato la repressione dello stato e dall’altro l’azione di forze criminali e dei gruppi paramilitari. Sono davvero chiusi tra due fuochi: la mancanza di protezione da parte delle istituzioni e le azioni criminali di chi tende ad infiltrarsi, a mettersi nei loro territori. Questa è un’altra grande scommessa della Colombia, ma non solo, di tutta quanta l’area andina e di tutti i gruppi indigeni che la coprono, la visibilità appunto di queste comunità e la rivendicazione di diritti che queste comunità avanzano. Sarebbe fondamentale ascoltarle e trasformarle in un vero e proprio attore politico. Ad esempio, per la lotta al cambiamento climatico e la difesa dei diritti dell’ambiente, l’apporto che queste comunità potrebbero dare è fondamentale, però non c’è chi le rappresenta e, a maggior ragione, in uno stato come la Colombia, si continua sostanzialmente ad escluderle dai canali di partecipazione politica.

La brutalità della polizia, in particolare la Esmad (Escuadrón móvil AntiDisturbios), un apparato specifico della polizia colombiana che, stando agli ultimi rapporti dello Human Right Watch continua a violare i diritti umani, ha contribuito anche alla crescita del numero dei desaparecidos (circa 800), soprattutto studenti universitari. In quanto docente di storia delle relazioni internazionali ha avuto modo di studiare il fenomeno (dei desaparecidos)? Che opinione ha maturato a riguardo?
Non ho studiato direttamente il fenomeno dei desaparecidos. Però ci si ritrova ad analizzare, a parlarne, a contemplarlo anche nel corso delle lezioni perché è una delle pagine tristissime dell’America Latina in generale, in modo particolare legata alla storia dell’Argentina, del Cile. A suo modo, anche alla storia della Colombia soprattutto in queste ultime giornate di protesta. È un fenomeno, purtroppo, tipicamente latino americano e ha a che fare senza ombra di dubbio con gli eccessi di abusi della polizia anche, in questo caso, da parte della Colombia. Questi abusi, perpetrati soprattutto, ancora una volta, a danno degli studenti universitari vanno letti sull’onda delle dinamiche di uno stato come la Colombia. La polizia in Colombia risponde non al Ministero degli Interni, come in quasi tutto il mondo succede, ma risponde direttamente al Ministero della Difesa. È una polizia fortemente militarizzata, ma questo lo capiamo proprio se guardiamo quella che è la storia della Colombia. Un paese, come detto prima, da oltre mezzo secolo in guerra. Per questo la polizia è militarizzata. Perché addestrata sulla base di dottrine per far fronte ai guerriglieri. Un ramo delle forze armate. Questo significa che sfugge al controllo civile, che risponde (quando risponde) semplicemente alla giustizia militare e, in un certo qual modo, questo la favorisce nel momento in cui commette grandi abusi o aperte violazioni dei diritti umani e in questi giorni ne abbiamo avuto prova. Tra l’altro, la violazione dei diritti umani e i soprusi stanno continuando. Al di là dei desaparecidos, siamo arrivati ormai ad una quarantina di morti, la maggior parte provocata, come dicono, da organizzazioni non governative e, secondo alcune associazioni come anche Amnesty International, direttamente dalla polizia. E, soprattutto, da questo squadrone antisommossa l’Esmad, che è un corpo che fa davvero paura solo a vederlo per l’armamento e gli strumenti che hanno a disposizione. In alcuni casi, li ho anche visti in azione e sono veramente spaventosi a vedersi. Una delle richieste, che una parte di quelli che protestano oggi avanzano, è proprio la riforma della polizia. Smilitarizzarla in un certo senso. Una riforma seria che possa portare la polizia a dipendere dal Ministero degli Interni e non più da quello della Difesa. Anche questa sarebbe una risposta giusta di un paese che vuole davvero cambiare pagina e lasciarsi alle spalle oltre mezzo secolo di conflitto. Vediamo se le proteste saranno in grado e avranno la forza di cambiare la dottrina a cui la polizia risponde. 

Tra le aggressioni violente perpetrate a danno dei manifestanti, emergono anche casi di violenza sessuale e di genere. Anche la comunità LGBT è scesa in piazza partecipando alle manifestazioni. La riforma fiscale è diventata anche un contenitore per denunciare un danno sistemico ai diritti umani nella società colombiana? Erano già presenti movimenti di denuncia per quanto riguarda la violenza di genere? Quanto si discute di tematiche femministe e di identità di genere all’interno delle università colombiane?
La riforma fiscale è stata l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso. Tanto è vero che, quando dopo quattro giorni di protesta Duque ha annunciato il ritiro della riforma fiscale, le proteste non sono finite, ma sono state portate avanti e stanno continuando ad andare avanti. Il progetto economico è stato quello che ha scatenato le proteste ma non si fermano soltanto ad una dimensione di rivendicazioni  economiche. Come dicevo anche prima, all’interno del Comité Nacional del Paro che sta guidando, organizzando, orchestrando cercando anche di dare una certa disciplina – in realtà non riuscendoci – allo sciopero abbiamo una pluralità di sigle e tra queste c’è anche chi mette sul tappeto la necessità di dare una risposta contro la violenza di genere che in Colombia è particolarmente sentita perché i casi di femminicidio, di violenza contro le donne sono altissimi. Tutto è tornato sotto i riflettori, sotto gli occhi dell’opinione pubblica internazionale e nazionale proprio a causa di questi casi di abusi e violenza sessuale contro ragazze. È una notizia recente che una, se non sbaglio, minorenne si sarebbe suicidata dopo aver denunciato una violenza sessuale da parte della polizia. Continua ad essere un argomento ed un tema che tiene banco. Era già presente all’interno della società colombiana, ma le proteste di questi giorni stanno dando maggiore visibilità e anche su questo la politica colombiana dovrebbe effettivamente sviluppare una riflessione attenta. A dare visibilità a tutta quanta la tematica della difesa dei diritti LGBT ci ha pensato anche l’elezione di una donna che è tra le più amate al livello politico in questo momento in Colombia che è l’attuale sindaca di Bogotá, Claudia Lopez (lesbica, con una senatrice come compagna) e speriamo che nelle prossime settimane, mesi e anni venga dalla Colombia una risposta concreta alla difesa dei diritti di questa comunità che, ripeto, in Colombia è particolarmente forte ed ha anche una certa visibilità. Il caso di Claudia Lopez è emblematico e prova della visibilità che ha all’interno del mondo politico. All’interno delle università se ne discute parecchio perché sono movimenti e collettivi che hanno saputo ritagliarsi spazi e margini d’azione significativi. Non hanno ottenuto dei grandi risultati politici però la capacità di sensibilizzare settori crescenti dell’opinione pubblica colombiana e, in modo particolare, del mondo giovanile sì. E, in modo particolare, all’interno dell’università pubblica sono particolarmente attivi. C’è ancora uno scarto, ripeto, tra i successi ottenuti a livello politico e la visibilità che hanno saputo acquisire. Però a partire da questa stessa visibilità e dal mondo accademico la speranza è che arrivino prima o poi anche dei risultati politici concreti. 

Sono molti i contenuti di denuncia relativi al blocco di internet nelle zone di protesta per impedire che le trasmissioni documentino in tempo reale la repressione da parte dello stato. Quanto è presente in Colombia la pratica della censura? Come è percepita dalla popolazione? È presente anche all’interno della comunità accademica?
Su questo devo dire non sono totalmente d’accordo. Anche all’interno della comunità accademica in quasi dieci anni di esperienza non ho mai avvertito il peso di alcuna censura. Tutti quanti i dibattiti sono sempre stati dialettici, particolarmente significativi, stimolanti, costruttivi. Naturalmente, ci sono delle pressioni, ma la quantità di video, informazione ed immagini che stanno circolando in rete… Ecco, se esiste una censura la si sta bucando alla perfezione. Quello che c’è è un’ondata repressiva, per alcuni versi anche senza precedenti, ma la censura, come vissuta e sofferta anche in questa fase storica in altre aree del mondo, in Colombia personalmente non ho sentore e non ho elementi per denunciarne l’esistenza.

Il 15 luglio 2019 in Colombia è stato trovato senza vita il corpo di Mario Paciolla, trentenne napoletano, operatore dell’ONU, che secondo i medici legali italiani è stato ucciso. Quale opinione ha maturato su questo caso?
L’opinione è che purtroppo ci sono tanti misteri e tanti punti oscuri che andrebbero effettivamente svelati. Ci sono soltanto alcuni punti certi e il punto certo è che purtroppo Mario Paciolla, cooperante dell’ONU, operava in uno dei teatri davvero più difficili e complessi dell’interno panorama colombiano. Una delle zone più martoriate dalla presenza di gruppi paramilitari, narcotrafficanti, diffidenti della guerriglia. E quindi, si ritrovava sostanzialmente a dover agire in un contesto particolarmente difficile. Mi viene difficile accettare la tesi del suicidio per tutte quante le notizie che sono emerse: da lì a poco doveva ritornare in Italia, era contento di rientrare, aveva già il biglietto. È uno scenario dove lo Stato colombiano ha difficoltà ad entrare. Lo Stato colombiano soffre in maniera cronica l’incapacità di rivendicare il monopolio della forza su tante aree del proprio territorio e quella in cui Mario operava è, purtroppo, una di queste aree. Non ho un’opinione netta, mi sentirei di escludere, anche per tutta una serie di incongruenze, la tesi del suicidio. Però, in termini realistici, è anche difficile credere, purtroppo, che si arriverà davvero a far luce sulla vicenda. 

La popolarità di Duque, dati gli eventi appena trascorsi, è in declino? Che futuro politico si prospetta per la Colombia?
La popolarità di Duque non è solo in declino, ma è in caduta libera. Già prima che scoppiassero le proteste circa il 65% dei colombiani stava esprimendo un parere totalmente negativo, aggravato oltremodo dalla gestione della pandemia e, ancor più, dalla mancata implementazione di un vero e proprio piano vaccinale. Duque è in caduta libera perché lo stanno abbandonando anche gli esponenti del suo stesso partito. L’ultima a rinunciare è stata la ministra degli affari esteri, Claudia Bloom, esponente vicina all’ala radicale del partito di Duque. Sono tantissimi quelli all’interno dello stesso partito del presidente scontenti per la gestione della presidenza. Il futuro politico della Colombia è un futuro incerto sotto tutti i punti di vista. Il candidato presidenziale che secondo i sondaggi dovrebbe farcela è Pedro e se dovesse vincere ci troveremo di fronte ad una novità storica assoluta. Perché un candidato dell’estrema sinistra in Colombia non ha mai vinto e la sinistra è abituata a vincere in alcune grandi città, tipo Bogotá, quindi al massimo gli esponenti arrivano ad essere sindaci, ma al governo nazionale non ci sono mai arrivati. Vedremo, sostanzialmente, come Duque riuscirà a gestire questa ondata di protesta, ma non tanto in quanto Presidente, ma come rappresentante di questo partito in senso democratico, che deve giocarsi il tutto per tutto per recuperare credibilità se non vuole prendere una batosta enorme alle elezioni del 2022. In mezzo c’è un gruppo “De la Esperanza” di riformisti, progressisti, estremamente composito che potremmo definire di centro-sinistra che racchiude tutta una serie di personaggi politici particolarmente interessanti tra cui La Caldesia, la sindaca di Bogotá Claudia Lopez, una ex candidata alla presidenza Vacardo, docente di matematica. All’interno di questo raggruppamento c’è anche colui che ha negoziato l’accordo di pace con le FARC, dell’ex governo di Santos. È un gruppo composito che i sondaggi in questo momento danno non come vincente ma che rappresenterebbe una bella scommessa per la Colombia. Il futuro è quanto mai incerto perché all’orizzonte si profila una vittoria storica di un’estrema sinistra che in Colombia non hai mai vinto. Quanto al futuro di Duque, per dirlo in termini brutali, si è scavato la fossa da solo e per capire la portata dell’autogol che si è fatto basti pensare che è stato l’unico Presidente al mondo che in una situazione di pandemia ha proposto una riforma economica di lacrime e sangue. Mentre tutti i paesi hanno messo sul tappeto soldi per programmi sociali e dare sostegno ai settori più deboli di fronte alla pandemia, in Colombia in unicum si è avallata una riforma straordinariamente ambiziosa pensando alla stabilità macroeconomica del paese anziché alle grandi problematiche sociali che il paese sta affrontando. Duque o sarà bravo a ricrearsi una credibilità politica o finirà nel 2022 se non addirittura prima, perché tra quelli che protestano ci sono anche soggetti che chiedono le dimissioni dello stesso Duque.

Cos’altro si sentirebbe di aggiungere?
Un altro punto d’analisi è capire in quale modo la situazione colombiana verrà risolta anche tramite le pressioni degli Stati Uniti. Un attore straordinariamente importante, a maggior ragione per la Colombia perché continua ad essere l’alleato storico più fedele per gli Stati Uniti. È vero che Washington ha in Bogotá un alleato storico, però Duque si è scavato la fossa in un certo qual modo anche nei confronti degli Stati Uniti perché il suo governo ha appoggiato, con un tifo quasi da stadio, Trump durante la precedente campagna elettorale e anzi, più che con un tifo da stadio, lo hanno fatto mettendosi anche di traverso nelle elezioni nordamericane perché l’ambasciata colombiana negli Stati Uniti, stando a tutta una serie di documenti che sono un po’ riemersi, avrebbe addirittura invitato i colombiani residenti negli Stati Uniti a votare per Trump e capite bene che i democratici statunitensi questa cosa non l’hanno presa proprio bene. Washington può dare una mano per ridurre la tensione, far ragionare il governo e magari lo farà, però probabilmente tutta la vicenda che si sta consumando verrà anche utilizzata, se ne approfitterà per togliersi qualche sassolino dalla scarpa considerato l’atteggiamento che il governo Duque ha avuto così spudoratamente a favore di Trump e contro Biden. C’è davvero una pluralità di interrogativi che aleggia sulla situazione colombiana che rende difficile azzardare una previsione. L’unica cosa certa è che di Duque, per un po’ di tempo, non ne sentiremo più parlare.

 

La Redazione