Cara Filosofia: "esci, tocca le femmine, va’ a rubare!"

Rinchiusa tra le quattro (fossero pure sei, otto vi sarebbe ben poca differenza) mura d’una mammina che prende il nome di “discorso tecnico”, quella materia che ha nome di filosofia sembra annichilirsi a causa di chi discute in un linguaggio in codice, spesso incomprensibile, sfortunati coloro la cui dimora disti appena qualche metro dalle università e dalle accademie. Chiede d’uscire, di tanto in tanto, azzardando un “eppure…” a certe teorie che la relegano al focolaio domestico, al bell’idillio del mutismo, tuttavia il capriccio le muore rapidamente. <<Ma come, scusi, Sig.ra Filosofia, non dovrebbe lei amare gli uomini e aiutarli, se mi permette una citazione lei che tanto ne ha d’uopo, a venir fuori dal proprio “stato di minorità”, come voleva il buon Kant?>>, si potrebbe domandare, per mezzo di un bieco interrogativo, alla suddetta matrona, ma ella muta, resterebbe forse a braccia conserte. <<Cosa fa, scusi?>>, le si potrebbe chiedere, e quella, appena muovendo gli occhi segnalerebbe a chi conosce il linguaggio del corpo: <<Contemplo>>.

Eppure cos’è questa filosofia che pare sempre parlata e che mai mette bocca su sé stessa? È forse timida? Un sapere mistico che al pari di quello pitagorico sia trasmissibile soltanto tra pari al seguito di numerosi esami che saggino la resistenza del corpo come della mente (scalate, passeggiate sui carboni ardenti, esercizi di memoria)? Un segreto da sussurrare tra colleghi che lavorino per l’ultima pubblicazione scientifica, l’intuizione sull’inanità della natura umana, la sua pochezza? Oppure è quella mano che permette alla penna di ridisegnare ogni volta più largamente i propri confini, di profilare monti come pianure, valli abitate come spazi incontaminati? Si perdoni la metafora geografica.

Questione di oggetto parlato o soggetto parlante? Oggetto parlante o soggetto parlato? Da ogni parte sembra intervenire non la retorica, bensì la sicurezza con cui si espongono le proprie teorie. È ovunque un profluvio di esclamazioni, <<neoliberista!>>, accusa un filosofo, <<negriano!>>, risponde di tutto rimando l’altro, adombrando nella figura dell’avversario quella di un indomito comunista. Da molti degli studi universitari, invece, non sembra spalancarsi alcun uscio che consenta il naso fuori dal corridoio. <<Scusi>>, potrebbe chiedere uno scettico a un collega, <<ma tutte le nostre belle teorie, no?, dovranno pur abbandonare queste aule, questi scaffali, finanche questi testi e disperdersi tra la fiumana d’uomini che occupa l’ambiente del mondo!>>, ma entrambi resterebbero lì, chini al bagliore del lume, a interrogare sé stessi per Dio e viceversa.

Non sia, questo, un primato della cosiddetta “filosofia morale” sulle altre scienze, né della psicologia, né dell’antropologia (che già qualcuno osserva col sorriso di chi si rivolge a un piccolo orfanello, nello sguardo la compassione del possidente verso il bracciante), bensì d’una filosofia che spalanchi finalmente le imposte delle porte, apra le benedette veneziane perché almeno un raggio del giorno albeggi sul grigiore delle stanze. Non già un coacervo di materie e generi, una babele di linguaggi, bensì una lingua che le abbracci finalmente tutte e che non debba più di continuo ricercare una verità fatta e finita dentro le dottrine. Una filosofia che possa dunque occuparsi dell’uomo, solleticarne una per volta le cognizioni e permettergli completezza.

Al filosofo sembrano date ben poche facoltà, tra esse è di sicuro la pazienza quella in cui eccelle. Egli dovrebbe, allora, affinarla per pazientemente agire sul mondo, operare osservando, interrogando, deridendo; lasciando che lo scherzetto del pensiero dileggi e infine sovverta.

Antonio Iannone 

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