Ho trascorso al Bar Ravello il giorno dei Test di Medicina

Sto preparando un esame; uno tra tanti. Sto preparando, dico, ma in verità l’esame è già bello che preparato, per quanto possibile; attraverso l’ultima settimana, quella del “o hai studiato oppure è tardi”. Già dal mattino percorro stazione per stazione l’itinerario sino alla cassa del Bar Ravello, spintonato dai figliol prodighi degli esami, sparuti docenti, grumi d’impiegati. Se non sono soli, chiacchierano in gruppetti: minuti, esclusivi. Cinque membri al massimo, previo invito. Rimando il caffè; mi approprio della saletta “ad uso”, anch’essa, “esclusivo dei fruitori del bar Ravello”. Insomma, mi farò perdonare del crimine acquistando un cappuccino e una barretta ai cereali; forse pranzerò con un’insalata. Prima di disserrare gli appunti dallo zaino, origlio le conversazioni: tutte frivole.

Ordini principali: 1. Bevande, ordinate lessicalmente: caffè, caffè-macchiato, cappuccino. 2. Cibandecs: Cornetto-al-cioccolato, Cornetto-alla-marmellata; Cornetto-alla-crema. L’abitacolo della sala è invaso dal profumo di scongelamento e preparazione dei suddetti. Al banchetto attiguo una signora si lambicca il cervello per certi conti – la osservo fare con le dita addizioni di matematica empirica, uno-due-tre; trascrive la somma. Spalanco gli appunti; quando riemergo la sala è gremita. Le macchie umane, da sparute, sono diventate un mucchio, da mucchio, moltitudine; da moltitudine, Leviatano. Mentre investigo l’enigma delle apparizioni, l’orecchio si orienta su una conversazione: “quanti minuti sono?”, interroga una donna, “cento”, fa un’altra, “speriamo inizino alle undici”, “su internet dicono che ci saranno ritardi”.

“Un cappuccino e…”, scelgo la barretta: frutti rossi o cioccolato?, “questa”, frutti rossi, “ci saranno insalate?”, domando a Dario, barista e cassiere all’uopo, “controllo”, fluisce verso la cucina, compare di nuovo, “sì, te ne metto da parte una?”.

Devo compiere un salto all’indietro, mi perdoni il lettore, anche solo per il difetto di leggiadria che dimostro nella danza. Stamattina, appena prima di varcare la soglia della fontana che separa il Chiostro della Pace da Piazza del Sapere alta, avevo scorto più in alto, un passo prima dell’orizzonte, una fiumana di giovani imberbi intenti a sciamare verso le aule di giurisprudenza. Mi era sembrato un esodo di studenti in odore di esami. Il dibattimento del mattino mi aveva tuttavia chiarificato dall’oscurità del dubbio: è il giorno dei Test di Medicina. Distinguono, le democrazie liberali, mestieri da perseguire con la fatica della vocazione e mestieri da perseguire con leggerezza. Azzardo sia il punto d’esordio dell’avvento dell’elitarismo che separa Corsi di Laurea a numero programmato e Corsi di Laurea a ingresso libero.

“È normale che Medicina sia a numero chiuso. Bisogna scegliere medici migliori, non possiamo mica farci curare da tutti”. La citazione, per quanto scientificamente inaccurata, appartiene a un signore di mezza età che alle undici e un quarto del mattino si ingozza di un cornetto alla crema. Chiacchiera con un collega; questo annuisce. “C’è un errore logico”, penso, “cosa distingue un medico migliore da uno considerato peggiore? Una curva statistica di ponderazione tra guarigioni-riuscite/guarigioni-mancate? Soprattutto: perché un medico possa essere ordinato secondo il sistema migliore/peggiore serve, appunto, che sia un medico. I test d’accesso non distinguono tra medici, ma tra liceali. Certo”, proseguo, perché quando mi distraggo, mi distraggo bene, “una opinione del mondo di tipo narrativo di cui sono persuaso osserva nel mestiere dell’adulto la vocazione del bambino, dunque chi non riesce nel felice assoggettamento all’arbitrio del quiz show sta tradendo il destino cui dovrebbe essere orientato; ma abbandonando determinismi narrativi, che l’elitarismo permetta la salvezza di un numero maggiore di vite umane (ciò che distingue un buon medico da un pessimo medico) è più che un errore logico: un’argomentazione pericolosa”.

Pranzo con l’insalata di tonno, ai soliti tavolini tondi, seduto sulla solita sedia, scomoda come un masso. Ho trascorso un’ora o poco più in biblioteca, tornando all’ovile per pranzo. “Tutti questi genitori”, scruto ancora la congerie umana, “stanno partecipando alla narrazione dei figli. Li hanno aiutati nella preparazione dei test, mentre ancora si preoccupavano per le interrogazioni, mangiavano le unghie per l’esame di stato, manifestavano contro le Invalsi; hanno acquistato i tomi dell’Alpha Test, sistematicamente ripartendo le lezioni private di una docente in odor di supplenze. Hanno investito in capitale umano. Ci sperano tanto, i genitori, di fabbricare dei medici, di produrre vocazioni: diranno ai futuri primari, “ricordi quando da piccolo eri il più bravo a L’Allegro chirurgo?”, e alle future primarie “e pensare che a sei anni auscultavi tutti a casa, con lo stetoscopio-giocattolo!”. Per uno che riesce, tuttavia, un altro soccombe: è la regola dell’agone. Ogni vocazione compiuta incide i lineamenti della propria speculare vocazione frustrata. I genitori, osservati singolarmente, non lesinano il sospetto che la prole di tutti gli altri abbia indole di impostore o di pirata, pronta a saccheggiare quanto al figlio spetti per nascita e per fatica. Sia chiaro – mi alzo per gettare nella pattumiera gli scampoli del pranzo – sono tutti convinti dell’arbitrarietà del numero programmato, ma che fare altrimenti? Lasciare che il proprio figlio soccomba o che almeno guerreggi per la conquista? Test di Medicina: avamposto del neoliberalismo”.

Mi compiaccio dell’aforisma. Il pomeriggio lo trascorrerò in biblioteca, quando ascenderò di nuovo al piano superiore i nugoli famigliari si saranno già diradati in attesa della risoluzione che distribuisce podi e biasimi; prima, non resta loro che sospendere il giudizio. Il diciotto settembre sembra così lontano…

Antonio Iannone