Bandiere queer, corpi esposti, liberi, divergenti. Simboli in sostegno al popolo palestinese, danze e musiche libere, calore, soggettività in rivolta. Lo scenario dell’Arrevutamm Pride, fin dal concentramento in piazza Garibaldi il 28 giugno, era un crogiolo di umanità rivoluzionaria e accogliente. La richiesta da parte del comitato dell’Arrevutamm di non mostrare bandiere di appartenenza partitica e politica è un punto di partenza necessario per comprendere l’esistenza di una manifestazione alternativa ai pride istituzionali. Nel loro manifesto, il tema centrale della rivolta autogestita è il desiderio di non “digeribili”, di non essere assoggett3 a un sistema eterocispatriarcale e capitalista, che vede l’inclusione come uno strumento di attrazione per la crescita di aziende e produttori di armi, che usano in maniera scellerata lotte radicali e politiche per il proprio tornaconto. Le operazioni di rainbow, pink e green washing vanno combattute a favore di una rivendicazione delle proprie battaglie, trasformate in folklore dal sistema attuale.
L’Arrevutamm Pride è il prodotto di una frattura interna alle organizzazioni LGBTQIA+ presenti sul territorio napoletano. Fin dai primi interventi avvenuti nelle piazze, il distacco netto con l’organizzazione del Napoli Pride, svoltosi la settimana seguente, è stato evidente. La partecipazione del presidente di Arcigay Napoli, Antonello Sannino, alla delegazione per il pride di Tel Aviv organizzata dal Ministero degli Affari Esteri israeliano – evento cancellato a causa del conflitto tra Israele e Iran – e le sue dichiarazioni rispetto alla definizione dello Stato di Israele come unica democrazia del Medio Oriente hanno provocato l’uscita dal comitato dell’organizzazione del Napoli Pride da parte dell’Associazione I-ken e dell’Associazione Transessuale Napoli. Quest’ultima ha dichiarato il mancato inserimento nella piattaforma della manifestazione della frase “basta genocidio, Palestina libera”. Una frase che ha invece risuonato durante tutto l’Arrevutamm Pride, che ha rivendicato con forza l’orgoglio di essere sé, un orgoglio che non è legittimo se non è orientato verso la liberazione di tutte le identità e di ogni popolo oppresso. Una protesta portata allo stesso Napoli Pride del cinque luglio, con una contestazione rivolta al Magen David Keshet, gruppo ebraico queer italiano, criticato per aver definito il genocidio palestinese come un conflitto israelo-palestinese.
L’oppressione è stata il trait d’union tra tutti gli interventi, le danze, i canti e le tematiche portate in piazza. Oppressione delle persone queer, oppressione delle persone precarie, oppressione di tutte le donne e delle persone socializzate come tali. Oppressione razzista e coloniale, oppressione specista, oppressione grassofobica, oppressione abilista. Ogni intervento è stato tradotto in LIS per tutte le persone sorde presenti. Il percorso effettuato è stato reso accessibile a tutte le persone disabili e neurodivergenti, attraverso l’abbattimento di barriere architettoniche e di zone di decompressione. Il ritmo di sottofondo ha incarnato tutti i valori fondanti dell’Arrevutamm Pride. A intrattenere il pubblico è il gruppo Murga Los Espositos, attivo dal 2016 con la sua “Murga Napuleña”, una libera interpretazione della murga porteña, un’arte di strada tipica del carnevale di Buenos Aires, nata dall3 schiav3 african3 deportat3, un’arte ricca di musica, danza e satira sociale. La murga in Italia si è diffusa rapidamente in ambienti legati all’attivismo e alla politica. Un movimento nato anch’esso dal basso. Non ci sono particolari requisiti per ballare la murga: i passi sono semplici, il ritmo è intuitivo, il coro è sociale. Il corpo si muove liberamente, si libera di ogni performatività, si muove nello spazio seguendo il flusso, sbagliando, con forza ed energia. Altre collettive dedite all’arte hanno portato a tutt3 l3 presenti il proprio modo di esprimersi. Il Collettivo anticapitalista di arte queer e drag performers Brigate Rosa ha messo in scena il suo spettacolo sulle note di “Guapparìa” dell’artista La Niña, un brano fortemente critico nei confronti della fascinazione pubblica per la malavita campana.
L’intervento portante del pride del 28 giugno è quello dell’attivista trans Carmine Ferrara, ricercatore universitario e cantante del gruppo Mamm ro Carmn. Ha portato la propria esperienza come persona trans, vesuviana, di origine sottoproletaria e precaria. Il suo dissenso è fondamentale per la deriva presa dai contrasti interni alle comunità napoletane e per l’invalidazione da lui subita. Denuncia sul proprio profilo misgendering, offese sessiste, invalidazione e negazione degli abusi subiti durante la sua infanzia e la sua adolescenza all’interno delle chat per l’organizzazione del Napoli Pride. Si è rivolto alla piazza con parole precise verso chi si ritiene progressista e inclusiv*, ma senza mettere in pratica i propri valori: “Queste non sono pratiche di confronto politico. Sono pratiche di controllo e di dominio. Quando il dissenso viene sistematicamente ridicolizzato e silenziato, siamo davanti a un’organizzazione che ha perso la capacità di autoriformarsi. […] Non basta sventolare un arcobaleno. Serve anche avere il coraggio di guardarci in faccia, di riconoscere la verticalità, di mettere in discussione il nostro modo di stare insieme. Questa piazza lo fa. Ed è per questo che mi sento finalmente più al sicuro, più a casa”.
Sentirsi a casa è il nucleo fondativo dell’Arrevutam Pride. Un pride dove nessuna esigenza, personale, emotiva e politica, viene silenziata. Uno spazio in cui le lotte e la militanza acquistano concretezza, dove nessuna istanza può essere depoliticizzata a favore di brandizzazioni e operazioni di cancellazione delle voci coinvolte. Uno spazio in cui ogni diritto fondamentale è centrale, e che non ammette alcuna neutralità rispetto alla liberazione di un popolo che rischia di sparire. Il termine arrevotare deriva dalla combinazione di due verbi: rivoltare e volgere. Ha in sé la rivoluzione e la possibilità di spostare lo sguardo verso orizzonti nuovi. Orizzonti che prevedono la liberazione da un sistema patriarcale, capitalista e razzista per tutte le persone discriminate. Perché ogni diritto messo in discussione, delegittima le istanze di tutt3.


