ANVUR: il sistema fallimentare delle valutazioni

Il sistema AVA non si basa sull’applicazione di criteri di giudizio, ma sulla constatata presenza o meno di specifici requisiti all’interno degli istituti accademici. Per ciascuno di questi vi sono degli indicatori, intesi come pre-requisiti, ai quali le CEV assegnano un punteggio da 1 a 10. La somma dei voti assegnati ai requisiti dà come risultato il valore finale attribuito al singolo criterio. Di questi, il MIUR ne ha individuati quattro che sorreggono l’intero sistema di valutazione: Visione, strategie e politiche di Ateneo sulla qualità della didattica e ricerca; Efficacia delle politiche di ateneo per l’AQ; Qualità dei corsi studio; Qualità della ricerca e della terza missione.

Come suggeriscono le denominazioni, l’ANVUR considera l’autovalutazione, e l’impegno degli istituti accademici nel perseguire tale scopo, di notevole rilevanza. Al punto che le valutazioni relative all’andamento dei corsi di laurea (corrispondenti al terzo requisito), sebbene particolarmente determinanti, occupano un solo punto rispetto al quadro generale. Tra gli indicatori del terzo requisito rientrano: definire chiaramente i profili culturali e professionali della figura che intende formare e proporre attività formative con esse coerenti (entrambi gli aspetti sono di soliti inseriti all’interno dei Regolamenti didattici), disporre di un adeguato corpo docenti, promuovere una didattica centrata sullo studente (peccato solo che nel 99% dei casi la colpa delle insufficienze di un corso di laurea venga affibbiata ai suoi iscritti. E la politica generale adottata nei confronti degli studenti fuori – corso ne è una prova), saper riconoscere gli aspetti critici (come sopra).

Questa impostazione deriva dal lavoro dell’Unione Europea, in particolare dell’associazione per l’assicurazione della qualità (ENQA), approvato dai ministri dell’Istruzione europei e in vigore già da qualche anno. Nel d.lgs. n.19 del 27/01/2012 si legge “I criteri e gli indicatori […] traducono gli standard e le procedure […] in parametri oggettivi, volti a misurare in ogni momento l’efficienza e l’efficacia della didattica e della ricerca messa in atto dai singoli atenei e a stimolare la competitività e la qualità della ricerca”. In quest’espressione sono evidenti tutti i grandi limiti dell’odierno sistema accademico: il meccanismo VQR, l’eccessiva fiducia nel ranking, l’università come modello economico e non più come modello culturale.

Tutto si basa sulla qualità, senza che questa venga mai definita, senza che mai ci si chieda come dovrebbe essere una didattica formativa. Può davvero essere quella che obbliga uno studente a sostenere gli esami al primo appello utile? Può essere quella in cui un 30 corrisponde sempre ad una preparazione eccellente e un 25 ad una preparazione a stento sufficiente? Le ricerche scientifiche possono davvero essere di valore soltanto se riprese da altri autori? E un’università può essere di valore solo se sforna studenti instancabili? Dov’è, in questo grande spazio, il ruolo protagonista del soggetto che usufruisce in prima persona dei servizi, che allo studio affida il suo tempo e i suoi anni?

Su quattro requisiti, solo uno è quello afferente alla vita accademica dello studente. E, in questo, nell’ambito della valutazione interna, solo una volta, tramite questionario obbligatorio e selettivo, gli viene chiesto un parere. È evidente dunque che al centro dell’attenzione ci sia l’università, intesa come ente che deve restare entro certi parametri, e non lo studente. E che gli istituti stiano diventando sempre più un modello aziendalistico piuttosto che culturale, dove il peso degli input e degli output vale più di ogni conoscenza acquisita. Il fatto che tali decisioni siano state adottate a livello internazionale e che si parli di competizione non sono aspetti da trascurare. L’istruzione internazionale andrebbe intesa come accesso libero e incondizionato ai saperi in tutto il mondo (o almeno in Europa), e non come appiattimento degli stessi. Il sistema VQR (Valutazione della Ricerca) è un chiaro esempio di questo: pur di voler tentare di comparare i contributi scientifici, è stato introdotto un criterio, quello bibliometrico, che si è rivelato controproducente perché lascia fuori tutti i ricercatori che operano in settori sconosciuti e che, di fatto, pur svolgendo lavori di notevole interesse, vengono letteralmente ignorati dal sistema solo perché non ripresi da altri autori nelle loro trattazioni. Il ranking, l’insieme delle classifiche che svolgono attività di comparazione tra gli istituti accademici, sta assumendo sempre più un ruolo centrale nel mondo accademico internazionale al punto da riuscire ad influenzare l’opinione pubblica e a indirizzare la stessa verso gli istituti dove, secondo queste, converrebbe iscriversi. Un aspetto che induce, purtroppo, gli istituti accademici non a prendere la distanze da questo sistema ma a cercare di rientrarvi. E ad essere presi in esame sono indicatori che sminuiscono il significato ultimo della cultura e dei luoghi del sapere, dove ad essere al centro dell’attenzione sembra non vi sia più la volontà di formare ed entusiasmare le giovani menti ma solo di poter dire che si è primi in classifica. Ranking, VQR, AVA, sono i termini attorno ai quali si articolano le governance degli atenei e le cui attenzioni finiscono per far perdere di vista quello che dovrebbe essere il reale interesse degli istituti accademici: creare ambienti favorevoli alla formazione degli studenti. Una finalità che non potrà mai essere raggiunta se si continuerà a puntare sui punti di forza delle strutture o sui giudizi degli enti esterni, ma per la cui attuazione si dovrà far ricorso ad una profonda autocritica che ponga come suo primo interlocutore gli aspiranti professionisti con difficoltà senza, come accade invece oggi, escluderli dal sistema di valutazione.

Antonella Maiorino

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